una bestiolina. ( voleva solo diventare Heather Parisi, fare la televenditrice, allevare gatti, trasferirsi a tokyo, aiutare badanti clandestine, disegnare apparecchi ortodontici per la felicità e fare la pipì almeno una volta al Gosudarstvennyj Muzej Ermitaž )
*af*
*anobii*
*go! go! rabbit robot petit*
*pusciastova*
*soqquadrerie*
*tumblr*
*twitter*
A day in the life
A.d.I
babsijones
barchette in mah jong
bardofulas
bassoprofilo
calMa
camouflage
canicola
chincaglierie
citarsiaddosso
climacus
Cloridrato di Sviluppina
comavigile
cronomoto
dal giappone
das Kleine chaos
demimosas
dielleemme
dimegliodafare
dinottenote
dire
distilleria
donde
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effe
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Esther G.
evolvingdodo
fahre
farolit
fio
flounder
fotoreportress
friendsofmine
fubuki
gallivant
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giantropomorfo
giorgi
giovane cinefilo
gizmo
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granelli
grimfandango
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iamyourpet
ida
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jaipaspeur
jaleo
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jun
Kusanagi
l'odore dei pomeriggi
la fagotta
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metro
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mondosecco
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nebbie
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pois
polaroid
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pulsatilla
pupazzetti
remo bassini
residuo
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sagami
samurai
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sò
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scatolette
scialliventagli
secondavisione
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tor
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tragedie greche
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violetta
voluble
vou
walkaway
watanabe
zoe
zona
zop
visitato *loading* volte
Alla fine mi piacciono proprio le forbicine colorate sparse sui tavoli, la colla che finisce sul pavimento, i cartoncini ammassati sugli armadi , i bambini che presi da frenesia finiscono col voler lavorare fin dal mattino presto. Stamani, ho fatto le foto alla foresta tropicale allestita nell’atrio principale. Erba di carta crespa, cespugli intagliati sul cartone spesso, alberi e serpenti, tucani dipinti con le tempere e pappagalli svolazzanti.Abbiamo rotto le forbici a furia di tagliare nastro adesivo dall'odore orrendo. Qualche ninfea è crollata, incurante del duro lavoro di un mese. Guardando l’atrio, con la macchina fotografica fra le mani, ho pensato che quasi mi dispiaceva aver terminato tutto quanto, dopo essermi lamentata così a lungo.
Ho sulla scrivania dei regali meravigliosi.
Prima di tutto, un volume del sessantanove, della casa editrice Aurelia, azzurro e ruvido. Si chiama salta fanciulla e contiene delle novelle del Montenegro. La mia illustrazione preferita è quella del villaggio sul lago di Ocrida al confine fra l’Albania e
Da ieri, ho anche una kokeshi simile a quella rossa. La desideravo da tanto. Ha la faccia contenta e osservatrice. Gli occhi liquidi e a mezza luna, strizzati dal riflesso della luce. Mi aspetto di sentire la sua prima parola da un momento all’altro.
qualsiasi altro desiderio
che non sia il mio non è forse folle?
(Roland Barthes, frammenti di un discorso amoroso)
Dice che l’amaro si serve caldo. Non ammette repliche e altre ordinazioni. Lei l’amaro lo riscalda nel pentolino e poi inizia a decantare i nomi delle ventisette erbe messe a macerare. Verso sera il bar inizia a farsi pieno, arrivano quelli della ferrovia e del circolo e il bar diventa color ruggine, poi ambra, poi rosso. Un rosso che non ha niente da spartire con il sangue. E’ piuttosto un rosso di foglie pestate, aceri, terra, bruchi. Niente di speciale. Il bar ha i tavolini tondi e metallici, le sedie sono di plastica arancione e la finestra principale è circondata dalle cartoline dei clienti. Ogni tanto ne stacco qualcuna per leggere il retro. Sono tutte indirizzate a lei, nessuna cartolina ha il mio nome nelle righe dell’indirizzo. Eppure il bar è sempre stato intestato a me, fin dai tempi del babbo. Bar Rosetta, via Cairaghi 37. La ringraziano tutti. Le più commoventi sono le cartoline delle donne. Si vede subito dalla calligrafia, hanno i tondi cuciti nelle mani, le donne scrivono con i mughetti nei pugni, per questo fanno tutte quelle moine nelle gambette delle t, per questo fanno tutti quei ricci nella pancia della g. Anna ringrazia mia sorella quindici volte. Scrive proprio quindici grazie, tutti nella stessa cartolina raffigurante il lago di Como, una foto azzurrina con delle impennate sul verde. Il fotografo non deve essere stato troppo attento, insieme al bordo del lago ha ritratto in lontananza delle casuali passanti, tre turiste grasse e unte che sembrano avere dei faccioni disgustosi, smorfie di chi ha appena discusso, litigi da turiste. Giuditta, invece, scrive da Genova, ringrazia mia sorella per la sua infinita pazienza e per il gesto che è stato capace di risolvere la sua situazione. Disegna anche una bocca, con la penna nera. È una bocca che manda baci e suoni. Smack smack. Ogni tanto la odio infinitamente. La odio dal sottoscala, leggermente esposta con il busto, giusto il tempo di farmi vedere. La odio di occhi e di mani. La odio per pochi secondi. Non mi verranno mica a dire che è tutta una questione di gelosia di culla, di numero di abbracci ricevuti. Sono la sorella più grande, ma sono anche la più amata. Non hanno mica paura a guardarmi in faccia, non mi aprono di certo la porta con timore e reverenze, non mi frugano fra i capelli per trovare orecchie animali. Mi hanno sempre chiamato Rosetta, Rosetta e punto. La prima volta la ricordo bene. Era estate, per qualche strano motivo è sempre estate quando succedono certe cose. Penso che sia per una questione di macerazione, proprio come le erbe di mia sorella. In estate il ricordo si sedimenta meglio, si formano più strati, in estate il tempo aumenta e anche la memoria. Nel primo pomeriggio in questo bar si cede sempre all’indolenza. Come se tutto fosse giallo per davvero. Giallo il barattolo dello zucchero, gialli i cucchiaini del caffè, gialli i vetri e perfino le persone. E’ un diavolo di giallo tignoso, hai l’idea di aspettare una notizia e di essere a pochi secondi dal riceverla e poi ti rendi conto che i giorni sono tutti uguali, scanditi solo dalle tonalità del sole, dai vecchi volti dei clienti, dall’intarmolire dei pensieri. quel pomeriggio lo ricordo perfettamente. Una ragazzina spaventata, arrivava a malapena all’altezza del bancone e tremava. Parlava a bassa voce del fiume dietro alla casa dei Livetti, diceva che in quel punto era diventato fermo, che l’acqua non scorreva più e che la ragazzina che tanto odiava ci era finita dentro, incastrata all’altezza delle gambe. Diceva che aveva provato a toccarla, che aveva preso un marrancio e aveva dato un mucchio di colpi per sbloccare l’acqua, diceva che le gambe di Novella erano doloranti, conficcate nel blocco di acqua ferma, un blocco che non ricordava il ghiaccio ma il marmo. Diceva che mia sorella era una strega, che aveva intrappolato la sua rivale in amore, che ci era riuscita sul serio.
Certe volte arrivavano mogli e amanti ai piedi del bancone, arrivavano come ruzzolando, sembravano palline scappate dal campo da tennis. Alzavano le mani e si tiravano i capelli. Ci pensava mia sorella, sistemava tutto in pochi secondi. Diceva qualcosa all’orecchio di una delle due e le mandava via. La polizia arrivava di mattina presto, la interrogavano e portavano in questura. Di solito le trovavano appese a un albero, oppure a testa in giù, legate ai fili del bucato. A volte veniva trovata l’amante, a volte la moglie, a volte il marito. I poliziotti e i carabinieri provavano a fare le solite domande a mia sorella, erano domande banali e stupide. Lei non aveva nulla da dichiarare e loro uscivano sempre delusi, senza spiegazioni.
Mia sorella non parla mai con nessuno, non racconta il suo segreto, non guadagna un soldo grazie a questo suo dono. Solo cartoline di ringraziamento e qualche minaccia. In certe nottate suona a vuoto il campanello, talvolta qualcuno chiama al bar e lancia a vuoto le sue maledizioni.
Quando cammina in paese, nessuno la guarda negli occhi. Ha certe gambe leggere che sembrano ladre sul pavimento, si muove veloce per non essere vista eppure ha sempre un tinnire sotto alle scarpe di vernice.
Con
Mia sorella esce raramente dal bar, è sempre sicura di avere un testimone, quando succedono certe cose inspiegabili lei è sempre impegnata a farcire panini e a tagliare crostate.
A volte la guardo e sembra diventata ripiena di maledizioni degli altri, di nomi da odiare, di scherzi da fare. Mani incastrate nel vaso delle offerte, nasi punti da inspiegabili bestie tropicali, capelli tagliati di notte. se provo a immaginarla far l'amore con qualche coraggioso, vedo corna di toro nella stanza, garze bagnate, coperte che scappano.
A tredici anni aveva un criceto nero dalla pancia immensa. Alla sua morte, decise di non abbandonarlo. Lo teneva in camera, in una cassettina argentata. Lo tenne per giorni e giorni, sotto osservazione. Diceva che ogni tanto vedeva muoversi la coda, all’ora di pranzo, ad esempio, aveva visto l’occhio aprirsi. Lo tenne in casa per quasi due mesi, perfettamente intatto e profumato.
La domenica apre il bar sempre per prima, le piace il rumore della serranda e il primo fascio di luce che sbatte sullo sgabello. Sono quarantesette anni che aspetto un guizzo da sopra le sue orecchie, aspetto l’uscire di una fumana grigia, come un rimbrencio di cicale. Quarantasette anni che mi sveglio presto per spiare le sue orecchie, studiare le sue mani mentre dorme, frugare fra i suoi scritti, notare il colore della sua lingua. Quarantasette anni che viviamo nella stessa casa e non mi dice una parola. Solo vino rosso, caffè lungo, torta di pinoli, cassa, conto, disinfettante, senape, salsa rosa, portacenere, tovaglia. Il giorno che sarà in grado di esprimere un desiderio tutto suo lo immagino viola. Con le ombre degli alberi davanti al bar che si allungano a dismisura sui tavolini, diventando orchi. Pupille viola e capelli prugna, una moria di gabbiani davanti all’entrata del bar. Fogliame blu che si mangia il vaso del miele, tavoli che si ribaltano, uomini che passano davanti al bar volando, uomini nelle loro giacche nocciola, nei loro giorni da flipper triste.

Camilla Engman
(l'immagine del mese)
Beirut- Elephant Gun
T., dice che i Tokio hotel avrebbero votato a destra, lo dice sua sorella, quindi lui ci crede. A., chiede a tutti il voto, senza ottenere risposte, davanti al silenzio imbarazzato dei genitori che aspettano l'ultima mano di tempera sulla siepe tropicale, proprio prima di andare a casa. Dice anche che sua madre ha votato Veltroni, perché altrimenti l'altro manda via tutti gli stranieri. Voglio dire, mia madre ha fatto fatica a trovare lavoro qua. M. e molti altri non si rassegnano alla fine di Prodi. Non riescono a capire. Ma come, prima era lì e poi lo hanno fatto cadere?. H., parla di svecchiamento e di simboli storici cancellati. Tutta questa pulizia, una ventata di disinfettante democristiano ai vecchi pilastri arrugginiti, parla dell'inutilità del voto utile, di una sinistra uccisa dal partitone senza spina dorsale, senza lineamenti precisi. Qualcuno dice che l'importante era allontanare quell'uomo così attraente per la maggior parte degli italiani. Era importante questo, più importante dello stato laico, più importante di tutto. Dalla porta, sento la maestra V. spiegare la Costituzione italiana. Mi fermo un secondo, per ascoltare le sue domande. Chiede chi elegge il presidente, chiede la data di nascita della Costituzione, chiede il significato della parola legge. Entro, controllo il livello di asciugatura dei pappagalli e cerco di fare poco rumore per non distrarre F.dalla sua interrogazione. Alla fine è V. a fermarmi e a chiedermi: ma anche da te lo trattano così male per via del suo paese?. La notte prima, sogno Milla Jovovich chiusa da Silvio in una gabbia piccolissima e buia, è tutto pervaso da uno strato di polvere e all'interno della gabbia vedo una cartina geografica della Russia.
Nel 1994 ricordo il diavoletto rossonero arrampicato sul bracciolo bianco della poltrona di Ambra. Allora era diverso, al tempo lo scopo era mostrare il suo essere vincente, il puntare agli operai mostrando i risultati del lavoro duro, la ricchezza raggiungibile, il potere alla portata. Cieli azzurri, inni veri, non canzoncine, tante foto e tutti quei denti. E. sogna di perdere i denti mentre vota, un dente finisce sul simbolo di forza nuova facendo una croce e lei inizia a urlare, poi si sveglia.
Penso ai rami e agli arbusti intrecciati della foresta tropicale, gli scatoloni stanno prendendo vita, i sacchi pieni di polistirolo si muovono e passo il tempo cercando di non far cadere nulla dall'armadietto. Le bidelle ci guardano male, vedono il colore che finisce sul pavimento, i sacchi della spazzatura che vengono tagliati dalle forbici, i rotoli di stoffa che si sfaldano sul pavimento. Pulire, pulire tutto.
( la frase del giorno)
Ok, ci siamo di nuovo. Mi tocca votare ancora per qualcosa che non mi appartiene completamente. Fare un segno da brava bambina in un simbolo verde ed ecologico per evitare qualcuno. Ogni volta mi sembra più urgente, mi sembra sempre meno il tempo, sempre più grave la situazione. Sarà facile vedere una massa di zombie, sulle strade per raggiungere i seggi. Oggi abbiamo ripulito l’aula per togliere ogni colore distraente. Fra la polvere, mentre riempivamo gli scatoloni, abbiamo pensato che non conosciamo nessuno che voterà per Silvio. Solo qualche discorso amaro e qualunquista, rancoroso e generico, ascoltato da sconosciuti sugli autobus. Solo qualche conoscente alla lontana. Siamo distanti dalla realtà, insomma. In un certo ( piccolo) senso è meglio così.
Sciroppo di wow
Olivier Adam ha un modo tutto suo di descrivere i posti e le persone. Parte dalla saliva attaccata alla sciarpa, dalle schiene magre appoggiate agli alberi, dai campetti notturni e dalle case basse dai muri umidi. La periferia e i terreni incolti da costeggiare, la sbarra di ferro piena di adolescenti con lo stereo sintonizzato sui Clash, le felci calpestate. Quando in scogliera, il protagonista torna nella casa della sua disastrosa infanzia, trova l’insegna del supermercato Mammouht sostituita dalle lettere rosse di Auchan, i parcheggio ingrandito, le torri pitturate di nuovo, un circolo ricreativo spuntato e un quadrato di cemento fatto recinto e trasformato in campo da basket. Chissà perché, certa periferia mi sembra sempre viva con la luce della prima sera, il rossastro del sole che cala e la luce che diventa arancione e poi azzurrognola, quasi lavanda. Luce viola e grigiastra sul cemento caldo delle sere estive, oppure tutta quella neve sui cartelli stradali, un bordo di pelliccia bianca sulla latta, sui semafori. Le bottiglie di birra nella cantina, i capelli sporchi e la testa rasata di Nicolas, sprofondato sulla poltrona con il fucile in mano. La gabbia di conigli diventata rossa e il vomito sulle rose. Di ogni stanza vista e vissuta rimane l’odore , inevitabilmente. La stanza di Léa è incenso, canti tzigani, tessuti, velluto scuro, candele pesantissime. Nella stanza di Léa è quasi impossibile muoversi. La casa della mia infanzia ha conservato gli odori grazie a mia nonna. Non riesco a ricordare odori più buoni, niente di più preciso e perfetto, niente di più difficile da tagliare in parole. Quando entro nel suo bagno lo trovo per forza di cose più piccolo. Il pavimento verde acqua, l’odore di sapone di Marsiglia ovunque, il mobile a specchio composto da quattro piccoli armadietti anni settanta, ancora qualche traccia degli adesivi plastificati di cioè, il giornalino. Anche adesso, lei tiene tutto così. Due stelline di plastica in rilievo, una ciliegia senza foglia, un piccolo pallone da calcio. Alla destra della porta, un cagnolino rosa fatto attaccapanni, amarantino omaggio di qualche bagnoschiuma. Il mobile degli asciugamani, ancora, l’unico che è stato trasformato più volte. Rivestito da mia zia, modificato negli anni, coperto di carta a fiori minuti, pieno di detersivi.
Lui, lo sogno ancora. Lo vado a trovare nella bara e lo trovo con la faccia piena di smorfie di dolore degli ultimi giorni. Lo odio ancora, anche nel sogno, lo odio con la prepotenza delle bambine, che non concedono la malattia, la debolezza degli ultimi respiri, l’abbandono degli eroi dell’infanzia. Nel ghiribizzare nostro, delle chiacchiere nel bosco, nella cucina gialla, con le mani piene di secchi azzurri gonfi di cibo per cani, non era prevista la morte. Era allontanata con volgarità, con la fermezza dei miei otto, nove, dieci, undici, tredici e diciannove anni. Non mi ha mai visto andare oltre i diciannove anni. Quella che avevamo bollato come l’età perfetta, in chissà quale farragine di cose fantastiche e assurde da dire a bassa voce. Comunque, nel sogno, non vuole essere toccato. Le gambe escono nel suo vestito buono, si muovono a scatti, per fare posto all’uscita rabbiosa delle mani, la smorfia del volto davanti agli occhi, con il collo che si alza e esce dal raso della bara. Un secondo prima della sua chiusura, vedo ancora l’ultimo gesto di mia nonna davanti alla bara di suo marito. Le braccia allargate, come a dire- niente da fare, tutto finito- amen.
L’odore delle scuole e degli asili è sempre uguale. Rimane identico negli anni, non si modifica. Ogni volta che passo davanti a una scuola ho una rassicurazione. Da qualche parte, là dentro, oltre il giardino con le casette e gli scivoli, ci sono ragazze e signore che sterilizzano ciucci colorati, si sente l’odore della plastica dei piattini, l’odore degli zainetti di stoffa, della plastica dei pannolini puliti, l’odore di chiuso del dormitorio, quello rosso del sugo di pomodoro, l’odore delle sezioni, della tempera, dei pavimenti anti-urto. L’occhio si ferma su tutto quel verde.
Ho finito Una settimana di bontà, di Max Ernst. La mia storia preferita è il sogno di una ragazzina che volle entrare al Carmelo. Notte verrà in cui persino l’accademia delle scienze non disdegnerà di contemplare le cloache del mondo. Notte verrà in cui, coperti da tutti i loro gioielli, i pochi scheletri secondari che chiamiamo sapienti, si porranno questo problema. Cosa sognano le ragazzine che vogliono entrare al Carmelo? Una violenta bufera scoppierà quella notte alle porte dell’Accademia delle Scienze e l’acqua ringhierà nei tubi. Il romanzo per immagini è un collage, sono coriandoli di altri romanzi, investiti di deliranti nuove didascalie. L’anno di vergogna è quello del 1930. Una bambina di sedici anni immerse entrambe le mani in una fogna, si punse e, col sangue, tracciò certe righe. Una piccola santa, un sogno che si mescola alla realtà della vita di Ernst, al suo amore per la piccola Marie- Berte, amore tormentato e coperto dai surrealisti, fughe dalla polizia e dai genitori della ragazza. Amore durato qualche anno, fino all’ossessione di essere stata sporcata e al suo incontro con Artaud, in una misteriosa notte londinese, che portò alla separazione da Ernst. Nel sogno di una ragazzina che volle entrare al Carmelo, si mescolano pettegolezzo, storia vera e delirio. Giochi sessuali con le madri superiori, verginità violata, sposi celesti, Torbido! Torbido!. ( Del resto, il padre di Max era un maestro in una scuola per sordomuti e un pittore dilettante: dipingeva grandi quadri in cui dava agli apostoli i volti degli amici e ai peccatori i volti dei nemici come un vicino di casa odiato e perfino il diavolo veniva trasformato nel volto di un deputato socialista o di Nietzsche. Di bizzarria se ne trovava a fiumi, in casa Ernst: da bambino scappò di casa in camicia da notte e inseguito da un gruppo di donne, nel buio, venne scambiato per Gesù bambino. Una volta tornato a casa, eccitato e spaventato, dichiarò al padre di essere sul serio Gesù bambino. ).
Il fanciullo della giungla mi ha regalato Feroci invalidi di ritorno dai paesi caldi. Tom Robbins è qualcosa di completamente diverso dai miei gusti prevedibili e sempre così precisi. Talvolta ottusi nel loro guanto asiatico, pieno di vento maldestro, violento e balcanico. Niente di morboso ( ma le suore ci sono sempre), niente di tormentato, niente di doloroso. Uno spasso ricco di dialoghi. Una spia divertente che è tutto e il contrario di tutto. Maldestro e donnaiolo, intelligente e goffo, imbranato e spietato. Vivido, vivido. Piante tropicali e zanzare, clima umido e falene notturne. Si parte con la missione di riportare nella foresta un pappagallo.
Mi è subito venuto in mente il pappagallo dalla fronte bianca. Utilizzano il bacio e l’abbraccio durante l’accoppiamento. Incrociano i loro becchi con forza, in vortici complessi. Il maschio, poi, una volta sicuro di avere la lingua della femmina in bocca, si lascia andare e si abbandona. Vomita. Vomita abbondantemente. Inonda la femmina di acidi copiosi. Fontanelle guizzanti rivestono il verde piumaggio, una bigutta caldissima scende con naturalezza. Immagino uno sguardo brigantesco, orgoglioso.
Ci sono momenti in cui possiamo sentire il destino chiudersi intorno a noi come un pugno attorno al pomolo di una porta. Certo, possiamo resistere. Ma un pomolo che non gira, una porta che resta chiusa e non cede, è una contrarietà per gli dèi, che potrebbero prendere a calci lo stipite. Peggio, potrebbero allontanarsi disgustati, lasciandoci a pendere scioccamente dai nostri rigidi cardini, privati di ogni altra occasione nella vita di spalancare la porta su un rischio non necessario e di conseguenza sul fascino dell’ignoto.
( Tom Robbins, Feroci invalidi di ritorno dai paesi caldi)

Julien Pacaud , Anonymous Calls from the Future,2006
( l' immagine del mese)
The Ramones- I wanna be sedated
Ma arrivammo insieme alle nostre
fascine. Il gorgo era subito lì, dietro
a un fitto di felci, e la sua acqua ferma
sembrava la pelle d’un serpente.
Beppe Fenoglio, diciotto racconti
Cara Pauline,
ho bisogno di nutrire le ossessioni. Sono piccole, antichissime, striate e resistenti. Ho la tendenza a dimenticarmi di loro per lunghi periodi, per poi correre impazzita e contenta verso il punto segnato con il gessetto rosso, la x sbilenca che ho segnato nel dipinto che tu conosci. Ricordi il mio terrore per la muffa, nel pentolino del campeggio? . Ti dicevo di tutta quella morte concentrata e senza preamboli, di quella massa incandescente di vita incancrenita e pulsante. Vita e morte insieme, cristo santo. Potevo sopportare topi sventrati e potevo essere io stessa la mano assassina per tutte quelle rane medioevali fatte diventare petardi. Ero io la mano che impugnava la stilografica blu e faceva affondare la punta sulla pelle a pallini, ero sempre io che chiamavo tutti a raccolta, per mostrare le grafie improvvise sulla pelle di rana, l’effetto domino dell’inchiostro. Potevo vedere secchiate di sangue, potevo tagliare pezzi di polmone e restare in piedi, con le mani grondanti, far lottare i gatti fino a scegliere il prediletto. Potevo aiutare mio nonno a colpire le serpi in testa, potevo sussultare per lo sparo e poi potevo- oh, anche tu, lo ricordo bene- carezzare le teste delle lepri, cadute indurite nel tascapane verde militare. Non ho mai sopportato la muffa. Mi dici che hai cambiato ufficio, che ora ti trovi bene sul serio, che non hai più fatto un mezzo sorriso di circostanza accanto alla macchinetta del caffè. Mi scrivi che ti alzi con la voglia di andare al lavoro. A. mi ha già detto tutto, mi ha detto della tua nuova passione per le erbe di campo e mi ha confessato di temere una qualsiasi intossicazione. Ho risposto che conosci ogni tipo di erba buffa, ho detto che sai disegnare e catalogare tutto e che al massimo deve temere la dissenteria. Mi devo ancora alzare dal letto col bisogno di un nemico. Tutti diventano cattolici, o in qualche strano modo credenti, tu ti stati avvicinando all’età per fare un passo di questo tipo. Se ti dovesse accadere una svolta di questo genere, ricordati di pregare per questa faccenda. Oh, dio della salvezza eterna, o sacro Buddha dal cuore di lepre, ti prego, pensa a Marika, la mia amica rimasta in quel lembo di Emilia. Salvala dal suo desiderio di nemici. Abbiamo sempre avuto bisogno di paesaggi da fine del mondo. Cieli con strisciate di nuvole minacciose, mari burrascosi, pianure snervanti. Anche tu, come me, diffidi sempre dalle giornate troppo serene. Non stai perfettamente bene con lo sgranato del sole sulla testa, una parte di te, - oh, come vuole negare tutto questo!, come si arrabatta nel trovare scusanti valide- cerca sempre quella patina uggiosa del preserale umido, quella copertina bagnata che resta sui cappotti di questa città, che penetra nelle ossa, insieme al cielo troppo bianco negli occhi. Quanto abbiamo maledetto tutto questo, eppure amato e continuato a cercare, sempre e sempre e sempre. Scusato, trovato giustificazioni valide, scovato aloni magici di mistero e piattume emiliano, abbiamo sentito perfino una comunione caratteriale con l’ambiente. Abbiamo schifato i toni troppo alti, abbiamo preteso una dose quotidiana di desolazione e sguardi assassini, gentilezza pacata, ospitalità non invadente, decoro grasso. Abbiamo trovato rassicuranti i Joy Division, sono diventati il nostro brodo caldo, la stessa funzione del cibo che prendiamo quando abbiamo la febbre. La consolazione. Il sacro letto, la borsa dell’acqua calda. La sigla di chi l’ha visto?. Ti rendi conto? Abbiamo trovato rassicurante la sigla di chi l’ha visto?. Non è il cibo preferito di nessuno la minestrina in brodo, eppure quel cucchiaio bollente e il braccio coperto di felpa ci hanno strappato sorrisi. Tu sei finita nel regno dell’umidità, dall’altra parte del mondo, ma hai scelto comunque un cielo bianco e basso, un paese gigante e colorato in modo così poco omogeneo. Sgargiante, poi roccioso, scuro, morto, cupo, verde foresta, grigio cemento, vetro luccicante, sete su sete. Ho visto la tua foto in costume tradizionale. Ti avevo detto di posare con la lanterna, te ne sei forse dimenticata?. Lui ama i cieli azzurri, di quell’azzurro che si vede solo nei manga e dietro a certi balconi di Roma, ma solo prima di cena. Lui ama quel rosso che si consuma in giallo rendendo giganti le ombre dei pini marittimi, togliendo, infine, il fiato per qualche secondo. Lui ama il vento tiepido che porta l’odore del mare, i profili dei palazzi mostruosamente grandi, le strade con il singhiozzo. Lui mi piace. Una volta mi hai detto: tu sei il rumore delle forbici di plastica ( quelle con la punta arrotondata?) sulle ali spalancate di un piccione. Ho visto il petroliere e il suo protagonista mi è sembrato gigantesco. Forse lo schermo era troppo piccolo per quel film o forse ero io a essere troppo sommersa nella poltrona. Mi sono portata dietro per tanti giorni gli stivali sporchi di petrolio, tutta quella terra nera che trabocca. Poi ho letto train man. Sono impazzita di stupore. Un romanzo d’amore collettivo. La community del forum più popolare della tua terra risponde in massa alla richiesta d’aiuto di un ragazzo che si firma train man. Tutta questa aria e questo mondo assurdo. E io che pensavo di conoscere certi pudori tutti “vostri”, il balbettare imbranato, la vita degli otaku. I messaggi di questa chat vanno oltre ogni aspettativa. In principio il nostro eroe viene considerato un povero imbranato, uno sfigato senza speranza. Un condannato alla verginità eterna. Viene aiutato su ogni fronte. Dal vestiario più adatto per sedurre la sua amata, al modo di parlare, agli argomenti da usare. Si parla di ragazzi che vivono quasi esclusivamente in questa chat. Molti non lavorano e non studiano, molti tornano a casa dal lavoro e rimangono collegati alla chat fino al mattino seguente. Non pensavo di poter leggere dialoghi così banali, assurdi e disarmanti. Tutto insieme. Non pensavo di poter trovare così sorprendente certe reazioni piene di invidia nei confronti di qualcuno che esce da quel mondo, qualcuno che dimentica il suo passato, che entra nel mondo delle persone considerate normali. Spuntano le crisi di nervi dei ragazzi paurosi e terrorizzati, quelli che a tratti vedono train man come un nuovo eroe, quelli che lo mettono sul loro amoroso piedistallo, quelli che arrivano a immedesimarsi e sovrapporsi a lui, alla sua cavalcata verso la liberazione. Gente che mangia gli stessi cibi di train man, ragazzi che iniziano un pellegrinaggio verso i ristoranti nominati da lui. Veri attacchi militari subiti dai lettori. Il linguaggio è proprio quello delle battaglie. Gli attacchi sono le notizie dettagliate sulle sensazioni di train man, il nuovo odiato eroe. Un bollettino sentimentale. Adesso sgancia una bomba su tutti noi, adesso ci dice tutto. Adesso ci rovina facendoci cadere per sempre nelle nostre misere vite. Train man ha tirato fuori dal petto un enorme arma da fuoco, l’ha puntata verso i single del forum e ha premuto il grilletto.
Cara Pauline, fra poco si vota. Si vota proprio nella mia auletta. Dobbiamo togliere tutti i disegni, tutti i cartelloni e anche i fiocchi di neve stilizzati appesi alle finestre. Ogni cosa potrebbe influenzare, certo. E’ sempre strano staccare ogni cosa, i bambini si sentono sfollati, pensano di avere un nuovo anno scolastico davanti, pensano a una rivoluzione. Pensano sul serio a un cambiamento visibile, al ritorno da scuola. Intanto, il comune ha tagliato i fondi per le pulizie. Al mattino togliamo con le mani le briciole avanzate dalla sera prima sui tavoli. Stamani il pavimento era un tappeto di grissini intervallato da laghetti di succo di frutta. Nessuno si è stupito, tutti hanno spostato le briciole e hanno appoggiato i quaderni e i colori. Esercizio alle nuove abitudini e all’indifferenza in nome della sopravvivenza, qualcuno ha azzardato. Cara Pauline, ricordi la smemoranda blu?. Nel mese di marzo avevamo scritto di un fortunatissimo fidanzato scatolina. Qualcuno disposto a stare chiuso in una di quelle scatole di carta fatte per i clown con la molla. Doveva rimanere fermo immobile e spuntare solo in determinati momenti. Ho ancora il prototipo fatto con il bristol e schiacciato fra le pagine. Ho fatto ordine in casa e nell’armadio, ho trovato la maglietta di pallavolo e mi sono ricordata dei palleggi fatti contro il campanello. Un segreto per ogni volta che suona. Non riesco a vedermi in nessuna categoria, abbiamo sempre fatto uno slalom pazzesco per cercare di non finire in qualche tavolo codificato. Avevamo gusti nettamente precisi, eppure – anche ora- è tutta una gran confusione. Le ore mi sfuggono come non mai. Mi sembra di non fare abbastanza, in sostanza, mi manca avere quella percezione da pomeriggio eterno. Da possibilità illimitata.
A presto,
m.
oggi
maggio 2008
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